Non un libro da leggere, ma un libro da inventare! Il libro d’artista è infatti un oggetto che sfugge alle regole del libro tradizionale. Non ha bisogno di raccontare una storia lineare, non deve per forza avere un inizio e una fine, ma diventa piuttosto uno spazio creativo dove immagini, parole e materiali si intrecciano. Può essere un diario visivo, una sequenza di emozioni, un racconto fatto di segni e colori. È un modo per trasformare il libro in un’opera d’arte, unica e irripetibile, che riflette la sensibilità di chi lo realizza.

La tecnica del leporello ha un fascino particolare. Si tratta di un libro piegato “a fisarmonica”, che si apre e si distende come un lungo nastro di pagine collegate. È semplice da costruire e al tempo stesso molto suggestivo, perché permette di creare una narrazione continua, un percorso che si svela man mano che il libro si apre.

Materiali e fasi

  • un foglio lungo, oppure più fogli incollati tra loro piegati a zig-zag
  • matite, pennarelli, acquerelli, ritagli di riviste, carte colorate, piccoli inserti personali come fotografie o biglietti
  • Scegli un tema: comune o individuale, il ciclo delle stagioni, un viaggio immaginario, oppure un percorso emotivo fatto di colori e simboli

Il bello di questa attività è che non c’è un modello da seguire rigidamente: ciascuno costruisce il proprio libro d’artista secondo la propria sensibilità. Alcuni studenti privilegeranno il disegno, altri la scrittura, altri ancora il collage. Alla fine, quando i leporelli vengono aperti e mostrati, la classe si trasforma in una piccola galleria d’arte: ogni libro racconta un mondo diverso, e insieme formano un mosaico di creatività. È un’occasione preziosa per riflettere su come la forma del libro possa diventare un linguaggio espressivo, e su come la sequenza delle pagine dia ritmo e significato alle idee.

Questa lezione non è solo un esercizio artistico, ma anche un invito a pensare al libro come a un oggetto vivo, capace di contenere e restituire emozioni.

*scheda di lavoro per l’alunno PDF

Henri Matisse e la poesia della carta ritagliata

Nel 1947 prende vita Jazz, un capolavoro artistico assoluto pubblicato dall’editore Tériade in un’edizione limitatissima di soli 250 esemplari. Quest’opera iconica nasce in un momento critico nella vita di Henri Matisse: non potendo più dipingere nel modo tradizionale a causa delle sue precarie condizioni di salute, l’artista francese reinventa il proprio linguaggio visivo accostando tavole a colori vivaci, realizzate con una tecnica del tutto innovativa, a testi e riflessioni personali espressi con la sua stessa grafia fluida e monumentale.

“Disegnare con le forbici”: l’origine dei papiers découpés

Costretto a letto o in sedia a rotelle dopo un grave intervento chirurgico, Matisse non rinunciò alla creazione artistica, ma ideò la tecnica dei papiers découpés (carte ritagliate). L’artista definì questo processo come l’atto di “disegnare direttamente nel colore”, superando la storica divisione tra linea e tonalità. Non dovendo più tracciare un contorno a matita da riempire successivamente di pittura, Matisse sagomava le forme direttamente nei fogli di carta, fondendo in un solo gesto immediato la scultura, il disegno e la pittura.

Il processo creativo: dalla gouache alle sagome

La preparazione delle tavole di Jazz seguiva un metodo rigoroso e altamente artigianale. Gli assistenti di Matisse stendevano sui fogli di carta colori a guazzo (gouache) saturi e brillanti, preparati secondo le precise indicazioni del maestro. Successivamente, Matisse impugnava grandi forbici da sarto e scolpiva la carta dipinta, ricavando figure dinamiche, elementi vegetali, danzatori e forme astratte. Questi ritagli venivano poi posizionati ed appuntati sulle pareti del suo studio finché la composizione non raggiungeva un perfetto equilibrio visivo, prima di essere incollati definitivamente.

Il ritmo, la stampa e il dialogo tra testo e colore

Per trasferire la straordinaria brillantezza della gouache sulla pagina stampata dell’opera finale, Tériade utilizzò la tecnica della pochoir (stampa a mascherina), impiegando gli stessi identici pigmenti usati da Matisse nei suoi originali. Il risultato fu un’esplosione di energia visiva in cui le forme ritagliate sembrano quasi danzare sulla pagina. Il ritmo sincopato dei colori e dei tagli si intreccia con il testo manoscritto a grandi lettere, il cui tratto nero funge da contrappunto visivo e “armonia silenziosa”, proprio come le improvvisazioni e i ritmi della musica jazz da cui l’opera prende il nome.


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